
Ageismo e mindful aging: abitare la propria età con consapevolezza
Ageismo e mindful aging: come abitare il corpo che cambia con consapevolezza. L’intervista a Nicoletta Cinotti su invecchiamento e pratica
di Guido Gabrielli
Fotografie di Alessandra Carrea
Sommario
Che cos’è l’ageismo oggi?
Parlare di ageismo oggi significa entrare in un territorio complesso. È una parola sempre più ricercata, spesso associata alla discriminazione verso gli anziani, ma nella conversazione con Nicoletta Cinotti sul suo libro La gioia ribelle – La mindfulness e l’arte di invecchiare (Enrico Damiani Editore) emerge subito qualcosa di più ampio e più sottile.
YM: Che cos’è l’ageismo oggi e come si manifesta nella nostra vita quotidiana?
Nicoletta: L’ageismo non riguarda soltanto chi è avanti negli anni; riguarda ogni momento in cui riduciamo una persona alla sua età, attribuendole caratteristiche sulla base di uno stereotipo. Quando diciamo che i giovani sono superficiali o che dopo una certa età si diventa meno dinamici, stiamo già usando una lente semplificante.
YM: Quando questo sguardo esterno diventa uno sguardo interno? Quando iniziamo a crederci davvero?

N: L’ageismo più insidioso è quello interiorizzato, quello che non ha bisogno di un giudice esterno perché è già diventato parte del nostro dialogo interiore. Viviamo in un’epoca che celebra la longevità, investe in medicina preventiva, esalta l’energia e la performance. Eppure, superata una certa soglia, sembra insinuarsi un dubbio: sono ancora al passo? Sono ancora rilevante?
YM: Esistono studi che mostrano quanto possano essere dannosi questi stereotipi interiorizzati?
N: Sì. La psicologa Becca Levy, dell’Università di Yale, ha condotto una ricerca ormai molto citata che mostra come le persone che interiorizzano stereotipi negativi sull’invecchiamento vivano in media sette anni e mezzo in meno rispetto a chi mantiene un’immagine positiva dell’età. Non è solo una questione culturale o sociale: è un impatto misurabile sulla salute e sulla longevità. Gli stereotipi che assorbiamo diventano aspettative, e le aspettative influenzano il corpo.
Ageismo e corpo: quando il corpo non corrisponde più all’immagine di sé
YM: Parliamo di identità, ma inevitabilmente arriviamo al corpo. Che cosa accade quando è il corpo a non corrispondere più all’immagine che abbiamo di noi?
N: Il corpo non mente. È il luogo in cui la storia personale si sedimenta, si inscrive, si rende visibile. Eppure è proprio il corpo che oggi viene messo al centro di una narrazione anti-aging che promette di fermare il tempo. Anche lo yoga, disciplina che nasce come pratica di consapevolezza, viene talvolta presentato come strumento per ringiovanire, per mantenere tonicità e flessibilità. Il rischio è sottile: trasformare una via di ascolto in una nuova prestazione.
YM: Che cosa rende davvero “avanzata” una pratica? È la difficoltà delle posture o la qualità della presenza?
N: La misura della pratica è il rispetto del proprio corpo. Non quello che si riesce a fare, ma il modo in cui si abita ciò che si fa. Chiedere a un corpo di sessant’anni le stesse sensazioni di un corpo di trenta significa entrare in conflitto prima ancora di iniziare. La pratica matura non è una pratica impoverita; è una pratica trasformata. Cambia il ritmo, cambia la forza, cambia la struttura muscolare, ma può crescere in profondità, in finezza percettiva, in capacità di ascolto. Non si tratta di rassegnazione, ma di realismo incarnato.
Bioenergetica e invecchiamento: sciogliere le armature
YM Se il corpo racconta la nostra storia, inevitabilmente porta con sé anche le sue difese. Queste tensioni, queste armature, si ispessiscono con l’età o possono alleggerirsi?

N: La bioenergetica, disciplina psicocorporea fondata da Alexander Lowen, considera le tensioni muscolari croniche come vere e proprie armature emotive. Le rigidità non sono soltanto abitudini fisiche; sono modalità con cui abbiamo imparato a proteggerci. Con il tempo, queste armature possono irrigidirsi ulteriormente oppure, se attraversate con consapevolezza, possono sciogliersi.
La mia esperienza personale va in questa seconda direzione: oggi sono meno corazzata di quanto fossi a trent’anni. Non perché il tempo abbia cancellato le difficoltà, ma perché il lavoro corporeo ha reso più sottile la difesa. Il corpo continua a offrire possibilità, purché non venga forzato a imitare un’età passata.
Mindfulness e ageismo: cosa dice la neuroscienza
YM: Se il corpo cambia, anche il cervello cambia. Ma è solo declino o c’è spazio per la trasformazione?
N: Le ricerche di Sara Lazar, neuroscienziata di Harvard, hanno mostrato come la pratica meditativa possa produrre modificazioni misurabili nella struttura cerebrale. Anche periodi relativamente brevi di pratica, come nei protocolli ispirati al lavoro di Jon Kabat-Zinn, possono incidere sulla corteccia prefrontale, coinvolta nella regolazione emotiva, e ridurre l’attivazione dell’area limbica, legata alle reazioni difensive automatiche. Non si tratta di promesse miracolistiche, ma di evidenze che aprono uno spazio di possibilità: l’età non è un destino neurologico immutabile. L’allenamento dell’attenzione può sostenere memoria, lucidità, equilibrio emotivo. È qui che il mindful aging diventa una risposta concreta all’ageismo interiorizzato.
YM: Nel libro introduci anche una pratica molto concreta: ventisette minuti al giorno di meditazione formale.
N: Non come obbligo ascetico, ma come soglia minima perché qualcosa inizi davvero a trasformarsi. La durata non è casuale: richiama i protocolli sperimentali utilizzati in diversi studi neuroscientifici, in cui una pratica costante e quotidiana ha mostrato modificazioni misurabili nella regolazione emotiva e nella qualità dell’attenzione. Ventisette minuti diventano uno spazio riconoscibile della giornata, un contenitore stabile dentro cui osservare il respiro, le sensazioni, i pensieri senza identificarsi con essi. In questo senso la pratica non serve a “migliorare” l’età, ma a cambiare il rapporto con ciò che accade.
La meditazione diventa così un allenamento alla non-identificazione: il corpo cambia, l’umore cambia, le energie oscillano, ma la consapevolezza resta. Ed è proprio questa stabilità che rende possibile attraversare l’invecchiamento senza esserne travolti.
[Per una guida pratica alla meditazione dei 27 minuti rimandiamo all’articolo dedicato.]
Invecchiamento e identità: non identificarsi con il declino
YM: Che cosa distingue davvero l’invecchiare dal maturare?
N: L’invecchiamento è un processo biologico; la maturazione è un percorso di consapevolezza. Il passare degli anni non garantisce saggezza. È la qualità della presenza, coltivata nel tempo, a fare la differenza. In questo senso il dialogo tra Oriente e Occidente, tra la tradizione meditativa e la psicologia contemporanea, non è un esercizio teorico ma un ponte concreto, un’immersione più profonda nel quotidiano. Sedersi, respirare, osservare non sono gesti evasivi; sono atti di radicamento.
YM: Viviamo però in un’epoca che sembra voler cancellare ogni segno del tempo. Questa ossessione per “invecchiare bene” non rischia di diventare un nuovo standard normativo?
N: Negli ultimi anni si è diffusa un’immagine dell’aging come performance estetica: corpi tonici, pelle levigata, energia inesauribile. Anche questa può diventare una forma sottile di ageismo. È un’immagine che può ispirare, ma che rischia di trasformarsi in un modello obbligatorio. Se il diritto a essere visibili dopo una certa età dipende dalla capacità di sembrare più giovani, siamo ancora dentro la stessa logica classificatoria. Il processo dell’aging, al contrario, rende ogni corpo sempre più unico. A differenza dell’adolescenza, fase in cui i corpi tendono ad assomigliarsi, l’età matura mette in evidenza la storia individuale, le scelte fatte, le ferite attraversate.
Fragilità e consapevolezza: il bicchiere è già rotto
YM: Cosa accade quando la fragilità non è più un’idea astratta ma un’esperienza concreta?

N: C’è una storia che racconto spesso, attribuita al maestro Ajahn Chah. Un discepolo gli chiede: “Come puoi accettare che la tazza si rompa?” E lui risponde: “La tazza è già rotta.” Avere la consapevolezza che la nostra idea di integrità deve essere continuamente modificata, momento per momento verificata. Quello che oggi ci sembra intero domani sarà rotto – o forse è già rotto in questo momento in cui parliamo.
Considerare la tazza come già rotta significa riconoscere la fragilità come condizione intrinseca dell’esistenza. Non è un invito al fatalismo, ma alla lucidità. La vulnerabilità non arriva all’improvviso; è sempre stata presente. Questa consapevolezza modifica il modo in cui ci prendiamo cura del corpo. Non più come oggetto da mantenere perfetto, ma come realtà viva, fragile e preziosa proprio perché fragile.
Mindful aging e comunità: nessuno vola da solo
YM: Finora abbiamo parlato di lavoro individuale. Ma cosa cambia quando questa pratica viene condivisa?
N: Negli ultimi mesi, il percorso di mindful aging ha coinvolto centinaia di persone. La dimensione collettiva introduce un elemento decisivo: nessuno attraversa l’età da solo. L’invecchiamento può coincidere con perdita di ruolo, cambiamenti professionali, ridefinizione dell’identità. La pratica condivisa crea coesione, vicinanza, integrazione. Non è solo un sostegno emotivo; è una forma di risonanza corporea.
Il libro stesso non resta confinato alla pagina: il 14 marzo prenderà forma a teatro con il titolo Diventare stormo – evento di Mindful aging collettivo , al Teatro Centrale Stradanuova di Genova, in un evento che intreccia narrazione, musica e pratica, trasformando la riflessione in esperienza viva.
Continuare a cominciare: la via della mindfulness
YM: Arriviamo così alla dedica che apre La gioia ribelle. “Continuare a cominciare”: è forse questa la definizione più semplice di giovinezza?
N: Continuare a cominciare non significa negare l’età, ma non lasciarsi definire da essa. Quando ci sentiamo bloccati, quando la depressione o lo scoraggiamento riducono il movimento interiore, l’atto di iniziare qualcosa – anche piccolo – può diventare un gesto di cura.
Se c’è un filo che attraversa l’intero libro è questo: l’età non è un problema da risolvere, ma una condizione da abitare. Il corpo non è un ostacolo, ma un testimone. La pratica non serve a fermare il tempo, ma a stare nel tempo con maggiore lucidità. In questo spazio, la gioia ribelle non è entusiasmo superficiale; è la libertà di continuare a iniziare, anche quando il calendario avanza.
Alessandra Carrea – Fotografa
È una fotografa nata a Genova, con uno sguardo profondamente umano e internazionale, maturato grazie ai molti viaggi intrapresi fin da giovane. La fotografia entra nella sua vita a 14 anni. Nei suoi scatti ama raccontare le persone e la loro unicità. Ha pubblicato su riviste come Vanity Fair, Glamour, La Stampa e Il Secolo XIX. Il progetto fotografico “Beyond My Age” nasce dal desiderio di restituire valore e bellezza alla maturità femminile, sfidando i pregiudizi culturali sull’età e celebrando la libertà, l’energia e la consapevolezza delle donne oltre i cinquanta.
Autore
Guido Gabrielli è direttore di YogaMindMag.it, portale dedicato alla cultura, alla pratica e all’attualità del mondo dello yoga e della meditazione. Già direttore e fondatore di Yoga Journal Italia per circa 20 anni. Con oltre trent’anni di esperienza editoriale e una lunga carriera nella comunicazione, ha collaborato con realtà nazionali, internazionali e organizzazioni non profit, sviluppando progetti che uniscono contenuti di qualità e innovazione. Appassionato di percorsi di crescita personale e spirituale, guida YogaMindMag con l’obiettivo di rendere lo yoga e la mindfulness strumenti accessibili per migliorare la vita quotidiana.



