
Il silenzio che cambia il mondo
Lama Michel Rinpoche racconta il valore del silenzio, il potere delle narrazioni e perché, secondo lui, non esiste un vero punto di non ritorno.
Intervista a Lama Michel Rinpoche — Parte 2
Sommario
Nella prima parte dell’intervista, Lama Michel Rinpoche — ospite del Festival della Consapevolezza 2026 — ci ha parlato del potere del fare consapevole, del karma, del rapporto tra potere e responsabilità.
In questa seconda parte, il discorso si allarga: dal gesto individuale a ciò che, insieme, costruiamo come collettività — il silenzio, le storie che raccontiamo, la speranza.

Lama Michel Rinpoche, viviamo in un tempo che ci chiede di produrre e performare in ogni momento. Cosa rischiamo di perdere, in questa corsa continua?
Quando siamo troppo presi dal dover fare, rischiamo di perdere qualcosa di essenziale: la creatività. Per creare serve spazio — bisogna prima lasciare che la noia si esaurisca, e solo allora arrivano le idee. Anche per fare musica ci vuole il silenzio.
Se restiamo sempre nel fare-fare-fare, rimaniamo a un livello di coscienza superficiale: non riusciamo più a guardare le cose in profondità, né a entrare in contatto con la nostra intuizione — la stessa qualità di silenzio interiore che nello yoga si coltiva con pratiche di quiete come lo Yin Yoga. E quando arriva un problema senza soluzione immediata, ci blocchiamo: non sappiamo più da dove partire, e finiamo per chiedere a un’intelligenza artificiale di pensare al posto nostro, perdendo fiducia in noi stessi.
Mi è rimasto impresso un dettaglio letto nella biografia di Steve Jobs: tra le qualità che considerava più importanti in un imprenditore c’era proprio la creatività, l’intuizione. E quando si bloccava su qualcosa, non restava chiuso a insistere — usciva a camminare nel bosco. Quel margine di tempo vuoto, in cui i pensieri possono emergere senza essere subito incasellati, conta quanto il lavoro stesso.
Il rischio che vedo oggi è l’estremo opposto: non lasciare più spazio al silenzio, riempire ogni momento — dal risveglio al sonno — con immagini, suoni, stimoli continui. Senza il vuoto non si può creare. È come pensare alla musica senza silenzio: semplicemente non esiste.
Guardando il mondo intorno a noi, è facile sentirsi impotenti di fronte a tutto ciò che non condividiamo. Come vive lei questo scarto?
C’è un momento in cui mi sono trovato a riflettere proprio su questo: il fatto che non posso risolvere i problemi del mondo, così come spesso non riesco a risolvere nemmeno quelli delle persone che mi sono più vicine. È facile, in quei momenti, cadere in uno stato di impotenza e dire «già che non posso risolverlo, lascio stare».
Ma non è così che la vedo io. Non potendo risolvere i problemi altrui, resta comunque una scelta consapevole: decidere se essere parte del problema o della soluzione. Le guerre nascono dall’egoismo, dall’odio — e allora la domanda diventa: nella vita di ogni giorno, agisco con egoismo o con generosità, con odio o con amore? È una scelta che abbiamo sempre, in ogni interazione.
Per questo la prima cosa da evitare è vittimizzarsi, puntare il dito contro «quelli» o «quell’altri». L’ombra va vista, ma l’energia va investita nella luce — anche perché ognuno di noi fa parte della società che critica: ogni parola, ogni pensiero, ha un impatto sull’insieme.

E qui arriva l’idea che considero più importante: il potere più grande che abbiamo di trasformare il mondo non sono le azioni fisiche, ma le narrazioni in cui crediamo e che raccontiamo.
Quando cambiamo il nostro modo di vivere cambiamo la nostra cultura personale, e questo, moltiplicato per tante persone che fanno lo stesso, cambia la cultura generale.
Il mondo è fatto di storie: quando trasformiamo le nostre narrazioni, trasformiamo il mondo — la stessa logica del karma di cui parlavo nella prima parte: ogni causa, anche piccola, produce un effetto che si propaga.
C’è chi guarda al presente — crisi ambientali, conflitti, fratture sociali — e parla di un “punto di non ritorno”. Lei come la vede?
Per me ogni punto è in un certo senso un punto di non ritorno: non si può tornare esattamente al punto in cui si era prima. Ma la vita è fatta a spirale — si gira, e apparentemente si torna nello stesso posto, ma in realtà ci si trova a un’altezza diversa. La realtà, in questo senso, è ciclica: per prevedere il futuro basta studiare il passato, perché le cose tendono a ripetersi, anche se non sono mai identiche a se stesse.
Ogni scelta che facciamo condiziona il presente e il futuro, e non si può tornare indietro — si può solo andare avanti, magari rivedendo le cose e facendole in modo diverso. È la stessa impermanenza che nel buddismo è alla base di ogni cosa. Ma questo, per me, non significa che esista un punto di non ritorno nel senso catastrofico — «ormai abbiamo distrutto tutto, non c’è più nulla da fare». Questo non lo credo. C’è sempre la speranza di fare molto.

Ammetto che guardando la società nel suo insieme sia difficile restare ottimisti — capita anche a me. Ma guardando ogni singola persona non mi è mai capitato di pensare «qui non c’è speranza». In ogni individuo vedo un potere enorme di agire, di trasformare, di cambiare gradualmente — un potere che parte dalla capacità di amare che ognuno possiede. E se ogni individuo ha un potere enorme, anche la società intera lo ha: il mondo può cambiare.
Mi lascia un solo messaggio su questo tema del “fare consapevole”, qual è?

Il messaggio che vorrei lasciare è la possibilità di darsi una direzione chiara e, allo stesso tempo, accogliere chi si è — accogliermi per come sono, senza impormi di dover già essere qualcos’altro, ma orientandomi verso chi vorrei diventare
.
Lo stesso vale per il mondo: posso sognare la società in cui vorrei vivere, permettermi di immaginare quanto sarebbe bello se fosse diversa — senza però pretendere che sia già così, senza imporle come dovrebbe essere. Agisco con consapevolezza verso il mondo che desidero, accogliendo il mondo per quello che è, oggi.



