Formazione insegnanti yoga in India: insegnare yoga come pellegrinaggio interiore
Formazione insegnanti yoga in India: l’esperienza di Stefania Floreani tra tradizione himalayana, Ayurveda e mediazione culturale.
Di Guido Gabrielli
Ci sono insegnanti di yoga che trasmettono tecniche. E poi ce ne sono altri che accompagnano in un passaggio di vita.
Il percorso di Stefania Floreani è appunto un pellegrnaggio (Yatra) che negli anni parte dalla passione per la naturopatia fino alla Formazione di Insegnanti yoga in India. Lo yoga per lei non è mai stata una disciplina isolata, né una pratica performativa.

È un pellegrinaggio interiore: impermanente, trasformativo, profondamente incarnato. Un cammino che unisce naturopatia, Ayurveda, tradizioni tantriche e un rapporto ventennale con l’India, vissuta non come meta esotica ma come dimensione esistenziale.
In questa intervista si racconta: come nasce la sua visione dello yoga, perché ha scelto di formare insegnanti in India, con maestri indiani, e quale tipo di insegnante desidera accompagnare oggi.
Stefania, come nasce la visione integrata e spirituale del tuo percorso?
La mia storia nello yoga nasce prima dell’incontro con lo yoga stesso.
Per molti anni ho lavorato come naturopata ed erborista, cercando di aiutare le persone a stare meglio attraverso rimedi naturali. Ma mi accorgevo di una cosa: dopo i trattamenti, spesso le persone tornavano negli stessi schemi. Cambiava il sintomo, non la coscienza.
Quando ho incontrato lo yoga, nel 2002, ho sentito che lì c’era qualcosa di più profondo: uno strumento capace di agire insieme sul corpo, sulle emozioni e sulla mente. Oggi la mia esperienza di naturopata è completamente integrata nel mio lavoro yoga, non come “cura”, ma come stile di vita, disciplina quotidiana, adesione consapevole a ciò che nutre davvero.
Il tuo primo approccio allo yoga non è stato quello più comune…
Il mio primo incontro è stato con lo yoga taoista, che mi ha affascinata subito come naturopata. Il lavoro sugli organi attraverso vibrazioni e suoni, l’ampliamento della relazione tra emozioni e corpo, l’ascolto profondo: tutto questo parlava una lingua che già conoscevo.
Negli anni ho attraversato diverse tradizioni, dal Kundalini Yoga alle pratiche taoiste femminili, fino all’iniziazione nel 2016 allo yoga himalayano di matrice tantrica, nello Śrī Vidyā. Non vivo queste esperienze come contraddizioni: per me tutto converge nella via tantrica, nella ricerca sulla kundalini come forza viva e intelligente.
Che tipo di yoga insegni oggi?
Non insegno uno yoga ginnico e non credo nello yoga come performance. Il benessere fisico è importante, ma è solo il punto di partenza. Nello yoga himalayano la pratica sostiene una visione corretta dei meccanismi della mente, come insegna Patanjali attraverso abhyāsa, il tornare con costanza al tappetino, al respiro, all’ascolto, alla presenza, e vairāgya, la libertà dall’attaccamento ai risultati, alle sensazioni, alle identità.
Praticare senza pretendere.
La prospettiva tantrica va oltre il dualismo: spirito e materia non sono separati, ma si riconoscono come Shiva e Shakti in cerca di un’unione interiore. Lo yoga, per me, non conduce all’isolamento, ma a un matrimonio mistico dentro la vita.
L’India è una presenza costante nel tuo cammino. Come è iniziato questo incontro?
Nel 2006 sono partita per l’India quasi per caso, per un solo mese. È stato uno spartiacque. Mi sono sentita immediatamente coinvolta, travolta, immersa in una frequenza che riconoscevo. Da lì si è aperta una nuova dimensione della mia esistenza.
Da allora vivo in India quattro-sei mesi all’anno, studio hindi e sanscrito, i testi sacri, la storia dell’arte e la cultura indiana. Mi considero una ricercatrice, prima ancora che un’insegnante.
Cosa significa per te “indianità”?
È abbandono non giudicante all’esperienza dell’istante.
È stare nella vita senza filtrarla continuamente attraverso categorie occidentali. L’India non è un’idea romantica: è una realtà potente, che richiede sensibilità, rispetto e strumenti di comprensione. Ed è proprio qui che oggi sento il mio ruolo.
Ed è qui che nasce la tua formazione insegnanti in India?
Esattamente. Dal 2018 organizzo Teacher Training a Rishikesh con insegnanti indiani da me selezionati, all’interno dei quali svolgo un ruolo preciso di mediazione culturale. Non mi limito a tradurre le parole, ma esplicito i presupposti filosofici, simbolici e culturali che spesso per un occidentale restano invisibili.
È una formazione di insegnanti yoga, pensata esclusivamente per italiani, perché la lingua, soprattutto su temi come fisiologia e filosofia dello yoga, è fondamentale. È il primo percorso a Rishikesh completamente tradotto e strutturato per il nostro contesto culturale.
In cosa si distingue questo percorso di formazione?
Non promette scorciatoie. Non credo che si diventi insegnanti di yoga in un mese. È un’esperienza immersiva, non una vacanza yoga: si vive in ashram, si segue un’alimentazione ayurvedica depurativa, si osservano regole di ritiro. Non si consuma l’India: la si attraversa interiormente.

Il percorso si articola tra Rishikesh, per lo studio dello yoga, della filosofia e della cultura, e il Kerala, in una clinica ayurvedica, dove lo yoga viene integrato come stile di vita. L’Ayurveda non è teorico: i rimedi sono preparati freschi, il cibo è parte integrante del processo, la ripetizione dei pasti riduce la reattività sensoriale e favorisce l’ascolto.
In che modo abhyāsa e vairāgya diventano esperienza concreta nella formazione?
Nel Teacher Training in India, abhyāsa e vairāgya non sono concetti astratti, ma principi vissuti quotidianamente. L’intera struttura della formazione è pensata per farli emergere attraverso il tempo, la ripetizione e l’immersione.
Abhyāsa si manifesta nella continuità della pratica: svegliarsi ogni mattina nello stesso luogo, seguire ritmi regolari, praticare senza l’alternanza di stimoli tipica della vita occidentale. Non c’è l’obiettivo di “fare bene”, ma di restare, attraversando anche i momenti di resistenza, di noia o di stanchezza.
Accanto a questo, il ritiro in ashram educa naturalmente a vairāgya. L’assenza di distrazioni esterne, l’alimentazione semplice e ripetitiva, la rinuncia a cercare gratificazioni immediate aiutano gli allievi a osservare i propri automatismi. Il non-attaccamento emerge così come spazio interiore, come possibilità di non identificarsi continuamente con ciò che accade.
È qui che lo yoga smette di essere performativo e diventa trasformativo. Lo scopo non è separare lo spirito dalla materia, ma educare a una presenza incarnata, capace di stare nella vita senza esserne travolta.
Che tipo di insegnanti desideri accompagnare?
Persone disposte a mettersi in discussione, non a collezionare certificati. Insegnanti che sentono che lo yoga non è qualcosa da “fare meglio”, ma da incarnare più profondamente.

Il mio lavoro non è formare performer, ma custodi di una tradizione viva, capaci di trasmettere senso, non solo sequenze. Insegnare yoga, in questa prospettiva, non è una competenza da acquisire, ma un processo da attraversare.
Il Teacher Training in India nasce proprio da questa visione: offrire un’esperienza formativa che trasformi prima di tutto lo sguardo, il sentire, il modo di abitare la vita.
Un cammino per chi sente che insegnare yoga significa, prima di tutto, abitare una via.
I percorsi di Formazione Insegnanti Yoga in India RYT300 e RYT200

Ritiri con Stefania Floreani
Pratica gratuita online con Stefania Floreani

Insegnante Formatrice di Yoga e Meditazione, iniziata alla Tradizione Himalayana, docente RYT® e YACEP® di Yoga Alliance e Associate Teacher di Kundalini Yoga presso KRI.
Ricercatrice appassionata di studi indologici e linguistici organizza Ritiri e Yoga Teacher Training in India a Rishikesh e in Kerala.
“Il mio più grande desiderio è condividere la ricerca e gli studi di Yoga della Tradizione, di Filosofia dello Yoga, di Naturopatia e Ayurveda, mettendo a servizio il mio sapere e quello dei Maestri che ho incontrato sul mio cammino, sostenendo profondamente la mia intenzione di creare, per me e per gli altri, un contatto diretto, visibile e tangibile con la possibilità di vivere un’esistenza straordinaria la mia intenzione di creare, per me e per gli altri, un contatto diretto, visibile e tangibile con la possibilità di vivere un’esistenza straordinaria”
[Stefania Kudrat]

