Benessere psicofisico

Benedetta Spada: «Ascoltare il corpo è il primo passo per imparare la longevità»

Intervista all'autrice de La longevità si impara (Terra Nuova, ottobre 2026): dalla pratica dello yoga alla psiconeuroimmunologia, un nuovo modo di abitare il tempo.

di Guido Gabrielli

Da insegnante di yoga a esperta di psicoimmunologia

Benedetta Spada ha iniziato as ascoltare il corpo praticando e insegnando yoga molti anni fa. È da lì — dall’esperienza diretta del corpo in pratica — che è nata la domanda che negli anni l’ha portata altrove: che cosa significa davvero prendersi cura di sé, al di là della tecnica e della postura?

Da quella domanda, e da anni di studio in antropologia, nutrizione naturale e terapeutica, naturopatia e yogaterapia, Spada è approdata alla psicoimmunologia applicata: la disciplina che oggi definisce il cuore del suo lavoro, tra percorsi terapeutici individuali e collaborazioni con istituti di ricerca, fondazioni e scuole.(Spinei.it)

ascoltare il corpo -Benedetta Spada, autrice de La longevità si impara

È un percorso che attraversa anche La longevità si impara (Terra Nuova edizioni, ottobre 2026, con prefazione del dottor Marco Del Prete e postfazione dell’ influencer novantenne Licia Fertz): non un manuale di prescrizioni, ma un invito a cambiare sguardo sul tempo che passa — a partire dalla stessa capacità di ascolto che la pratica yoga insegna fin dai primi respiri.

L’abbiamo intervistata all’uscita del libro.

L’intervista

1. Parli di un mondo «senza età». Cosa intendi davvero: non invecchiare, o smettere di vivere il tempo come una minaccia?

Quando parlo di un mondo “senza età” non intendo negare il passare del tempo. Intendo mettere in discussione l’idea che a ogni anno debba corrispondere una perdita inevitabile.

L’età cronologica è un dato culturale che abbiamo appreso sin dalla nascita, ma non corrisponde necessariamente alla nostra età biologica — quella dei nostri organi e delle nostre cellule — che può variare al mutare delle nostre abitudini, credenze e percezioni. Credo sia possibile ridurre il processo di ossidazione e addirittura invertire la rotta, e per farlo dobbiamo imparare nuovi codici culturali, percettivi, emozionali.

Per questo credo che il primo passo verso la longevità sia smettere di vivere il tempo come una minaccia. Se considero ogni anno trascorso come qualcosa che mi toglie, il mio rapporto con il tempo diventa difensivo. Se invece lo considero come uno spazio nel quale posso ancora evolvere, imparare, creare e trasformarmi, cambia anche il modo in cui vivo il corpo.

“Si evolve, non si invecchia”: anzi, con il passare del tempo si può assumere valore, ovvero si può addirittura stare meglio e avere una miglior risposta immunitaria, endocrina e ormonale. Un percorso che va allenato attraverso una cultura che ricerca le cause della salute e non della malattia.

Oggi il mio lavoro si occupa di questo: dare strumenti educativi alle persone di qualsiasi età per poter riequilibrare il loro universo interno e vivere bene. Oltre a occuparmi di percorsi terapeutici per la persona, ho creato collaborazioni con istituti di ricerca, fondazioni e scuole che desiderano sostenere la “grande età”: un mondo nel quale non si è divisi per categorie anagrafiche — giovane, adulto, anziano — ma un mondo nuovo, inclusivo di ogni età, associato a una visione diversa del tempo che scorre e non più ci consuma o ci limita.

2. Scrivi che il corpo non è un orologio che si consuma, ma un sistema che cerca equilibrio. In pratica, per chi non ha strumenti clinici, cosa significa «ascoltare» il proprio corpo?

Ascoltare il corpo non significa diventare ipocondriaci, interpretare ogni sensazione come un sintomo e cadere nell’ipercontrollo. Significa recuperare una capacità molto semplice che spesso abbiamo delegato completamente alla figura del medico: accorgerci di noi stessi, entrare in un campo di ascolto non giudicante ma curioso. Significa anche ricondurci alla nostra unicità, alle nostre risorse.

Il corpo comunica continuamente attraverso la fame, la sazietà, il sonno, l’energia, la digestione, la respirazione, la tensione muscolare, l’umore, la credenza appresa. Non sono necessariamente diagnosi: sono informazioni che, se comprese, possono svincolarci dalle definizioni che ci costringono a una narrazione limitata di noi e delle nostre potenzialità.

Per esempio, se dopo un pasto mi sento sistematicamente appesantita, o dopo un incontro mi sento priva di energia, invece di ignorare quella sensazione o trasformarla subito in una patologia, posso chiedermi: che cosa ho mangiato? Ne ho fatto esperienza o l’ho solo consumato? In quale stato emotivo? Quanto velocemente? Come stavo prima di mangiare? Oppure, se dopo aver incontrato una persona non mi sento bene, posso chiedermi: cosa mi ha detto? Quali memorie ha risvegliato? Ho potuto esprimere me stessa, o mi sono sentita costretta?

Ascoltare significa creare una relazione con queste informazioni. Naturalmente questo non sostituisce un esame clinico quando è necessario. Ma prima ancora della diagnosi esiste una persona che può imparare a conoscere il proprio organismo in relazione con il mondo, poiché siamo materia e coscienza, spirito ed energia. Credo che la medicina del futuro debba rimettere insieme scienza e coscienza, così come la spiritualità del futuro dovrà riunire lo spirito alla materia, il cielo e la terra.

La longevità comincia da una nuova percezione di noi, della vita, della realtà.

3. C’è un passaggio sul significato della parola «rimedio» — non aggiustare, ma riportare al centro. Ce lo racconti con un esempio concreto, di tutti i giorni?

Mi piace molto questa parola perché contiene un’idea diversa da quella dell’intervento correttivo. Un rimedio non deve necessariamente “aggiustare” qualcosa che consideriamo sbagliato: può aiutarci a ritrovare una direzione.

Pensiamo a una giornata in cui siamo stanchi, abbiamo mangiato male, lavorato troppo, respirato poco, siamo entrati in conflitto con il partner, e arriviamo alla sera completamente disconnessi da noi stessi. Il rimedio può essere molto semplice: fermarsi, uscire, camminare, respirare, bere acqua, preparare un cibo che ci nutra davvero, parlare con una persona con cui possiamo essere autentici, scrivere almeno tre cose per cui ci sentiamo grati.

Non è la singola azione a essere magica. È il gesto di tornare al centro, di ricomporre noi stessi con nuove informazioni, perché l’informazione forma la materia così come noi stessi, e quando cambiamo l’informazione — che è la causa — si trasforma la forma, che è l’effetto.

Per me questa è anche una delle idee fondamentali della longevità: non cercare continuamente qualcosa da aggiungere alla propria vita, ma imparare a riconoscere ciò che ci sta allontanando dall’equilibrio e ciò che ci permette di ritrovarlo. Questo processo ci ricompone, ci ri-forma.

4. Nel libro metti in dialogo Ayurveda, medicina cinese e ricerca su epigenetica e psiconeuroimmunologia. Cosa hanno in comune, secondo te, al di là del linguaggio diverso?

La cosa che mi interessa mettere in dialogo non è stabilire quale sistema abbia ragione, ma osservare una domanda comune: che cosa succede quando consideriamo l’essere umano come un sistema interconnesso?

Ayurveda e medicina cinese hanno sviluppato, con linguaggi e categorie proprie, una visione nella quale alimentazione, ambiente, emozioni, ritmi, comportamenti e stato dell’organismo non sono elementi completamente separati. La ricerca contemporanea, attraverso discipline come l’epigenetica e la psiconeuroimmunologia, studia con strumenti diversi alcune delle interazioni tra ambiente, comportamento, sistema nervoso, sistema immunitario e processi biologici.

Non significa sovrapporre tradizioni antiche e scienza moderna come se dicessero esattamente la stessa cosa: sarebbe una semplificazione. Vuol dire piuttosto riconoscere una domanda che attraversa epoche diverse: quanto siamo davvero separati da ciò che viviamo?

Il mio lavoro nasce proprio in questo spazio di dialogo. La longevità non è soltanto una questione di cellule: riguarda anche il modo in cui una persona percepisce il proprio corpo, interpreta la propria esperienza e costruisce il proprio rapporto con la vita.

5. Se dovessi dare un solo consiglio, nella vita di tutti i giorni, a chi ci sta leggendo ora, per iniziare a «imparare» la longevità da domani, quale sarebbe?

Il mio consiglio è: cominciate a osservare, prima ancora di cominciare a cambiare.

ascoltare il corpo

Per una settimana, ogni giorno, chiedetevi semplicemente: come mi sento nel mio corpo? Che cosa mi dà energia? Che cosa me la toglie?

Come mangio quando sono tranquilla e come mangio quando sono sotto pressione? Come dormo?

Come respiro? Che cosa accade al mio corpo quando faccio qualcosa che amo? Quali pensieri e credenze ho imparato su di me? Per cosa mi sento grata oggi? Per cosa provo curiosità?

Sembra poco, ma è un passaggio fondamentale: trasformare la propria vita in un campo di osservazione creativa, alla ricerca delle cause della salute e non della malattia — non un progetto di correzione, ma di armonizzazione e riconciliazione.

La longevità si impara quando smettiamo di subire il nostro corpo e la nostra mente, quando cambia la nostra narrazione interna e cominciamo ad abitare consapevolmente la nostra vita.

Autore

Guido Gabrieli lavora da anni nell’editoria italiana, oggi in particolare nel digitale editoriale, con Pulsa. Ha fondato il magazine Yoga Journal poi diventato Yogamindmag.it, il magazine online dedicato a yoga e meditazione, di cui segue la linea editoriale, la strategia dei contenuti e l’ottimizzazione SEO. Si occupa inoltre di progetti editoriali e consulenza strategica per autori ed editori, anche in occasione dei lanci di nuovi libri.

Il libro

La longevità si impara di Benedetta Spada, Terra Nuova edizioni, ottobre 2026. Prefazione del dottor Marco Del Prete, postfazione di Licia Fertz.

Per approfondire

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