Lama Michel Rinpoche : Il potere di sognare prima di agire
Lama Michel Rinpoche, ospite del Festival della Consapevolezza 2026, racconta cosa significa agire con consapevolezza, tra karma, potere e responsabilità
Intervista a Lama Michel Rinpoche – parte 1
Sommario
Lama Michel Rinpoche sarà tra i protagonisti del Festival della Consapevolezza 2026, a Padova dal 18 al 20settembre — dedicato quest’anno a un tema che lui stesso porta avanti da una vita: il potere del fare. Lo abbiamo incontrato per capire cosa significhi, per un maestro che guida venti centri nel mondo e otto fondazioni — tra cui la Lama Gangchen World Peace Foundation, di cui è rappresentante alle Nazioni Unite — agire con consapevolezza in un’epoca che sembra averne smarrito il senso.
Lama Michel Rinpoche ha cinque anni quando incontra il suo maestro, Lama Gangchen Tulku Rinpoche, e non se ne separa più. Oggi è il detentore del suo lignaggio, il Ngalso Ganden Ngengyu del buddismo tibetano. Ha scritto due libri, Dove vai così di fretta? e Ci vuole coraggio per amare
Lama Michel Ripoche, lei parla spesso del “potere del fare”. Cosa significa, davvero, agire con consapevolezza?
Il vero potere, dice, non sta nell’agire in sé — perché anche non agire, in fondo, è una forma di azione. Sta nel farlo con consapevolezza, con un’intenzione chiara. E prima ancora di muoversi, bisogna sognare: sapere dove si vuole andare, chi si vuole diventare. Solo dopo si può cominciare a camminare in quella direzione.

Ogni gesto, spiega, entra in una rete di interdipendenza che nessuno controlla del tutto. Alcune azioni fanno bene, altre fanno male, e nel momento in cui agiamo non possiamo mai sapere con certezza dove condurranno. Quando ne viviamo le conseguenze, è raro riuscire a risalire a tutte le cause che le hanno provocate.
Eppure, aggiunge, una coerenza di fondo resta sempre: un’azione nata dall’amore produce del bene, un’azione nata dall’odio produce del male. È in questo che per me si racchiude il vero potere del fare — agire con amore, agire con consapevolezza, e prima di tutto sognare, capendo che ognuno può fare la propria parte per costruire quel sogno insieme agli altri.
Diciamo spesso “non ho fatto niente di male”. Esiste davvero un’azione neutra?
Non esiste, spiega, la possibilità di agire — fisicamente, verbalmente, persino mentalmente — senza che quel gesto produca qualcosa. Un’azione davvero neutra, nel senso di un gesto che non porti a nessun risultato, per lui è semplicemente impossibile.
Anche i gesti più piccoli, quelli che sembrano indifferenti, si accumulano l’uno sull’altro e insieme compongono il momento presente — un po’ come un’equazione con moltissimi numeri, dove il risultato finale è sempre la somma precisa di tutto ciò che vi ha preso parte. Basta cambiare un numero, e il risultato cambia con lui.
Per questo, dice, quando ci chiediamo perché qualcosa è accaduto in un certo modo, non esiste mai una risposta unica: c’è sempre un insieme complesso di cause e condizioni che ha portato a quel punto. Ogni elemento dell’equazione contribuisce al risultato, ma nessuno, da solo, ne è il colpevole — è quello che in Oriente si chiama karma: non una punizione, ma la logica per cui ogni causa produce un effetto, e siamo tutti, insieme, dentro quel momento.
Non esistono dunque azioni neutre: nulla di ciò che facciamo resta senza conseguenze. Tutto ciò che compiamo ci trasforma, costantemente.
Viviamo nell’epoca di maggiore comfort materiale della storia, eppure la salute mentale non è mai stata così fragile. Come lo spiega?
Come esseri umani, dice, abbiamo tanti bisogni. Ci sono quelli fisici, certo, ma anche quelli emozionali — il bisogno di dare amore, di riceverne. E ci sentiamo soli anche quando siamo, tra virgolette, sempre connessi: perché quello che ci fa sentire davvero in compagnia è guardarsi negli occhi, scambiarsi fiducia, permettere che l’altro esista nella nostra vita — non attraverso uno schermo.
Da qui nasce il paradosso che stiamo vivendo: sviluppiamo tecnologia, sviluppiamo benessere materiale, e ci ritroviamo comunque in uno dei momenti di maggiore crisi di salute mentale della nostra storia. Non c’è nulla di sbagliato, precisa, nello sviluppo tecnologico in sé — semplicemente non basta.
Viviamo in un’epoca con un livello di comfort che nessuno, in passato, avrebbe osato sognare, e allo stesso tempo ci sentiamo senza tempo, perché riempiamo ogni spazio con cose che non servono davvero. Quando soddisfiamo un bisogno, spiega, non soddisfiamo automaticamente tutti gli altri: se non ci prendiamo cura del corpo, delle emozioni, della sicurezza e dello spirito insieme, non riusciremo a stare bene.
Nel buddismo si parla di gesti del corpo, della parola, della mente. Qual è, nella sua esperienza, il gesto che ha cambiato davvero la sua vita?
Nel buddismo si parla di tre tipi di gesti — fisici, verbali e mentali — e contano tutti allo stesso modo.
Sul corpo, il gesto che più ha segnato la sua vita è respirare con consapevolezza: portare l’aria sotto la pancia, inspirare, trattenere, espirare, trattenere. Un beneficio piccolo, dice, ma che si accumula nel tempo — un pezzetto di consapevolezza in più ogni volta.
Sulla parola, racconta di aver tolto dal proprio vocabolario una parola sola: “se”. Proibito dirla, così come è proibito dire “tu hai detto” — perché in realtà, spiega, non sappiamo mai davvero cosa l’altro abbia detto: sappiamo soltanto quello che ricordiamo di aver capito. Cambiare le parole che usiamo, aggiunge, cambia il modo in cui pensiamo, e di conseguenza il modo in cui viviamo.

E poi c’è il gesto della mente: accorgersi dell’altro, permettersi di vederlo davvero. Vado al ristorante, dice a mo’ di esempio, e qualcuno mi serve — ma non è “una persona che svolge la funzione di servirmi”.
È una persona, semplicemente. Vederla per quello che è cambia tutto il modo di stare al mondo.
Lama Michel Rinpoche , in definitiva lei ha responsabilità enormi — guida venti centri nel mondo, otto fondazioni. Cosa ha imparato sul rapporto tra potere e responsabilità?
Guidare venti centri nel mondo e otto fondazioni significa, dice, misurarsi ogni giorno con il rapporto tra potere e responsabilità. Ricorda ancora le parole di un suo maestro, Gen Laala: «Chi lavora per il pubblico deve dare priorità al bene comune prima del bene individuale. Se questo manca, tutto il resto serve a poco».
Quando la priorità diventa l’io, spiega, prima o poi arriva inevitabilmente un conflitto d’interessi — e se in quel conflitto vince l’interesse individuale, il risultato per tutti è negativo. L’ideale, dice, sarebbe affidare le posizioni di potere a chi non le desidera: chi si identifica troppo con il proprio ruolo, prima o poi lo trasforma in uno strumento per i propri obiettivi personali, per quanto possa comunque lavorare bene.
C’è una difficoltà che nota sempre più spesso, e che spera di sbagliarsi a percepire: un progressivo affievolirsi dei valori del servizio — non solo nelle istituzioni pubbliche, ma in qualsiasi azienda, in qualsiasi contesto. Sembra quasi diventato naturale pensare “prima vengo io, poi vengono tutti gli altri”. Ed è, conclude, un grande errore.



